Spread cauto docet
La politica è al posto del passeggero
Dev’essere rimasto interdetto chi ieri s’attendeva, dopo quattro giorni di chiusura dei mercati, la reazione brutale di Lady Spread e degli investitori per il tentativo fallito di Pier Luigi Bersani, segretario del Pd, di formare un governo. E’ rimasto interdetto pure chi prevedeva la bocciatura senza appelli (o l’acclamazione convinta) per l’inedita soluzione dei “dieci saggi” nominati dal Quirinale con l’obiettivo di trovare un accordo minimo su riforme condivise. Lo spread tra Btp e Bund, cioè il differenziale di interesse tra i titoli di stato italiani e quelli tedeschi, indicatore del rischio percepito dagli investitori internazionali rispetto alla sostenibilità del nostro debito pubblico, si è mosso placidamente al ribasso, scendendo dai 350 punti di apertura a 331. Editoriale Quel che l’Italia può e deve giustamente rivendicare a Bruxelles

Dev’essere rimasto interdetto chi ieri s’attendeva, dopo quattro giorni di chiusura dei mercati, la reazione brutale di Lady Spread e degli investitori per il tentativo fallito di Pier Luigi Bersani, segretario del Pd, di formare un governo. E’ rimasto interdetto pure chi prevedeva la bocciatura senza appelli (o l’acclamazione convinta) per l’inedita soluzione dei “dieci saggi” nominati dal Quirinale con l’obiettivo di trovare un accordo minimo su riforme condivise. Lo spread tra Btp e Bund, cioè il differenziale di interesse tra i titoli di stato italiani e quelli tedeschi, indicatore del rischio percepito dagli investitori internazionali rispetto alla sostenibilità del nostro debito pubblico, si è mosso placidamente al ribasso, scendendo dai 350 punti di apertura a 331. Perfino Piazza Affari, nonostante il crollo del titolo del Monte dei Paschi di Siena, è parsa snobbare lo stallo politico, facendo segnare più 1,4 per cento.
Dopo le attese alimentate negli scorsi giorni da stampa e analisti, come interpretare adesso questa alzata di spalle dei mercati rispetto all’Italia? “Il problema è che siamo afflitti da ipertrofia dell’ego”, dice al Foglio Filippo Cavazzuti, professore di Economia e regolazione dei mercati finanziari a Bologna e già commissario della Consob. Come dire, in estrema sintesi, che non siamo certo noi – sempre e comunque – in cima alla lista dei pensieri dei mercati, perfino quando attraversiamo fasi politiche convulse ed estremamente originali. “Non mi spingerei a dire che c’è indifferenza rispetto alle sorti dell’Italia, ma attesa sì. D’altronde sbagliare mossa, per gli investitori, è costoso”. Perciò “godiamo in qualche modo di un fenomeno positivo che è la crescente integrazione economica e politica”, continua Cavazzuti, autore per Firstonline, diretto da Franco Locatelli, di un ebook in via di pubblicazione, “La magia della finanza”. “Quelli che chiamiamo ‘mercati’ guardano con attenzione ai luoghi dove si prendono le decisioni che contano: Banca centrale europea, Fondo monetario internazionale, Berlino, forum delle Banche centrali”. Non siamo al solito spettro dei “poteri forti”, precisa Cavazzuti: “Aver ceduto e perso sovranità ci tutela e ci permette, per un po’, di continuare a fare i birilli”. Cioè perdere tempo, per usare un eufemismo.
Anche per il capoeconomista di un’importante società milanese del risparmio gestito, che però parla a condizione di rimanere anonimo, i mercati “guardano all’espressione del volto di Merkel” più che alla faccia rabbuiata di Bersani o alla chioma sempre mossa di Beppe Grillo. “Se il volto dalla cancelliera è corrucciato, allora gli investitori vendono qualsiasi cosa”. E lo spread s’impenna, per intenderci. Qualcuno vuole una prova del fatto che non bisogna essere troppo italocentrici nella lettura quotidiana di listini e spread? “Rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, abbiamo un debito più grande e un prodotto interno lordo più piccolo, eppure il differenziale Btp/Bund è minore”. Comunque “mercati volatili” non è sinonimo di “mercati irrazionali”. C’è anche quell’aspetto, certo; una volta, dopo lo scoppio della crisi finanziaria del 2008, lo ha ammesso perfino lo storico governatore della Federal reserve americana, Alan Greenspan, uno che si abbeverava ai miti libertari e mercatisti di Ayn Rand. Ma il punto è un altro, ragiona ancora lo strategist milanese: il fatto è che nel breve periodo i mercati, più che prevedere l’esito delle consultazioni al Quirinale, tentano di capire “all’interno di quale paradigma complessivo ci muoviamo”. A noi ora va bene (o meglio benino), perché a prevalere è il “paradigma Draghi”. Il presidente della Banca centrale europea, prima con l’espressione “whatever it takes” coniata a Londra nel luglio 2012, poi due mesi dopo con la puntualizzazione del programma di acquisto straordinario dei titoli di stato Omt (Outright monetary transactions), ha messo a disposizione tutta la potenza di fuoco di Francoforte a difesa dei paesi sotto attacco degli speculatori. Uno “scudo” simile a quello della Federal reserve americana, seppure condizionato al rispetto di un programma di riforme strutturali e rigore fiscale da concordare in caso di richiesta d’aiuto. Per Luigi Zingales, economista dell’Università di Chicago ed editorialista del Sole 24 Ore, quello della Bce è attualmente “l’oppio dei mercati”. Perfino gli analisti inglesi di Capital Economics, solidamente euroscettici, nel loro ultimo rapporto per i clienti spiegano che “almeno parte della resilienza dei mercati sembra essere il riflesso dei potenti effetti del programma Omt della Bce. La mera minaccia di acquisti ‘illimitati’ di titoli del debito sovrano da parte della Bce ha dato agli investitori un motivo per pensarci due volte prima di rispondere a ogni increspatura della crisi dell’Eurozona vendendo i titoli dei paesi periferici”. Lo stallo politico italiano è soltanto una delle “increspature” di cui tenere conto. Per ora, almeno.
Per chi gestisce portafogli milionari, non c’è soltanto la Banca centrale cui badare. Mentre con la coda dell’occhio si sbircia Roma, infatti, lo sguardo di questi tempi resta fisso soprattutto su quello che accade a Berlino, capitale guida dell’Eurozona: “Gli interessi degli stati e quelli dei mercati viaggiano su tempi diversi – dice Alessandro Corneli, analista di geopolitica e già a capo del centro di ricerca Global Research & Reports Group – I mercati hanno bisogno di utilizzare anche le più piccole variazioni politiche in un paese o in un altro per giustificare i loro comportamenti. Però fanno la tara all’enfasi con cui, specie in Italia, ogni mossa politica diventa occasione di scontro e di esegesi. Nel medio termine, salvo il precipitare della situazione della Slovenia, tutti aspettano le elezioni politiche che si terranno in Germania a settembre. Si ritiene quasi certa una rielezione di Angela Merkel e probabile un ammorbidimento della sua linea del rigore, se non altro per venire incontro alle difficoltà di due alleati essenziali: Francia e Paesi Bassi”. Non a caso la stampa anglosassone, che spesso si ritiene influenzi le scelte dei principali raider internazionali, nelle ultime settimane ha intensificato la sua attenzione sulla Germania. Ieri l’International Herald Tribune, in un intervento del columnist Paul Taylor, sosteneva allarmato che “quando ai dirigenti tedeschi si chiede quali rischi comuni sono pronti ad assumersi per prestare risorse o assicurare i depositi bancari dell’Eurozona, in cambio di un controllo più forte sulle politiche fiscali nazionali, questi rispondono rimandando al futuro e senza prendere impegni specifici”. Nessuno, invece, che si preoccupi troppo delle sorti di Bersani o delle fatiche del presidente Napolitano.
Per Michael van Dulken, capo della ricerca di Accendo Markets, la pressione dei mercati è sospesa perché “c’è ancora tempo fino a un possibile voto a giugno, poi c’è la possibilità di un altro governo tecnico e quindi anche il tentativo dei ‘saggi’ per riallacciare i rapporti tra coalizioni. Ma durerà poco”. Sarà, ma rispetto ai picchi di instabilità della fine del 2011, a livello comunitario esiste anche quello che Draghi ha chiamato un “pilota automatico”, cioè un insieme di accordi conclusi tra gli stati dell’Eurozona – per esempio il Fiscal compact sui conti pubblici – che obbligano anche i futuri governi a non deviare dalla rotta dell’austerity. Infine, a differenza di un anno fa, c’è un altro cambiamento sotterraneo ma potentissimo come stabilizzatore: è diminuita infatti, ripetono da giorni gli analisti della banca inglese Barclays, la quota di debito pubblico italiano nelle mani di investitori esteri, passata dal 55 al 35 per cento dello stock totale. E gli investitori esteri, come noto, sono quelli che con più facilità vendono titoli di stato sulla scorta di improvvise novità e incertezze politiche.
In definitiva lo spread un po’ sornione ci ricorda che viviamo nella bolla dell’impotenza della politica. Come ha scritto infatti Harold James, professore di Princeton e storico dell’economia internazionale, nel suo libro "The Creation and Destruction of Value", “alcuni degli ostacoli più difficili da superare per la globalizzazione non sono economici, ma piuttosto appartengono al dominio della psicologia sociale”. Al primo posto c’è proprio “il senso di impotenza prodotto dalle aspettative alterate su quello che la politica può davvero fare”. Attendersi che lo spread viri per ogni increspatura del dibattito pubblico italiano vuol dire non accettare che siamo a bordo di un’automobile molto più grande di noi. E non sempre, anzi quasi mai, al posto del guidatore. Il che non esclude, ovviamente, che tra qualche mese la nostra indisciplina possa distrarre fatalmente chi è al volante o spingerlo ad abbandonarci.